martedì 30 maggio 2017

Il primo capitolo di "Nerve" di Jeanne Ryan in anteprima: un ritmo serrato, non potrete farne a meno!

Si presenta già come un successo, giungendo in Italia con i suoi già milioni di lettori nel mondo. Notato anche da una casa cinematografica, Nerve sarà presto nelle nostre sale, precisamente il 15 giugno, e devo dire che non aspetto altro! La Newton Compton gentilmente mi aveva invitato all'anteprima di sera al cinema Colosseo di Milano, ma non sono potuta andare, purtroppo, e il mio piccolo cuoricino palpita in attesa del giorno di uscita del film. Per il momento mi godo la lettura del libro che uscirà giusto dopodomani, ovvero il 1 giugno. Una lettura che promette tanto fin dal primo adrenalinico capitolo, e già preannuncia il suo ritmo serrato, impossibile smettere di leggere! 
Ringrazio come sempre la Newton Compton per le anteprime che mi manda. Io, intanto, vi aspetto giovedì con un nuovo post per parlare dell'attesissimo film Nerve e delle cover del libro, una diversa per ogni paese: non mancate!



NERVE
Jeanne Ryan

Genere: Young Ad
ult, Thriller | Editore: Newton Compton  
Prezzo: 10,00 €, 4,99 € eBook | Pagine: 256  
Data di pubblicazione: 1 giugno 2017


Quando viene selezionata come concorrente per Nerve, un gioco in diretta online, Vee non è sicura che avrà il coraggio necessario ad affrontare le sfide via via proposte. Eppure chiunque si nasconda dietro Nerve sembra conoscerla alla perfezione e sapere esattamente ciò che desidera: i premi sono allettanti e il suo partner nel gioco è il ragazzo perfetto, il brillante e sensuale Ian. In un primo momento tutto si rivela incredibilmente divertente: i fan di Vee e Ian tifano per loro e li spingono ad alzare la posta con imprese sempre più rischiose. Ma il gioco ha una svolta poco chiara quando i partecipanti vengono indirizzati verso una località segreta con altri cinque giocatori per il round del Gran Premio, la finale di Nerve. Improvvisamente stanno giocando il tutto per tutto e in palio c’è la loro vita. Fino a che punto il sangue freddo di Vee la sosterrà per andare avanti?




PROLOGO.


Aveva dovuto aspettare tre giorni ma finalmente, alle quattro di una domenica mattina, la strada di fronte a casa di Abigail si svuotò di tutti gli Spettatori. Perfino i più malati dovevano dormire ogni tanto, probabilmente. Anche lei avrebbe avuto bisogno di riposo, ma soprattutto desiderava disperatamente un po’ di libertà. Ormai non usciva di casa da quasi una settimana.
Scarabocchiò un biglietto per i suoi, buttò un po’ di roba in macchina e partì a tutta velocità, continuando a guardare nello specchietto retrovisore finché non ebbe lasciato la città e anche dopo, nelle due ore di viaggio fino al parco nazionale di Shenandoah. Le innumerevoli volte in cui aveva cavalcato con i suoi su quei sentieri c’erano stati giochi, canzoni, video, o a volte solo sogni a occhi aperti, ma quel giorno l’unica emozione che avvertiva era un crescente senso di panico.
Ignorando quello che i genitori le avevano detto per anni, cioè di cercare un ranger appena entrava nel parco, Abigail lasciò la macchina all’imboccatura del sentiero più isolato che riuscì a trovare e si incamminò tra il fogliame che avrebbe avuto bisogno urgente di una potatura. Nel primo pomeriggio avrebbe dovuto trovare un posto per accamparsi, ma per ora voleva solo sparire nel verde. Se fosse riuscita a seminare gli Spettatori almeno per un po’, nella natura avrebbe trovato pace, se non altro per qualche giorno.
Lo zaino le pesava sulle spalle mentre si inerpicava sul pendio roccioso, facendosi largo tra le felci e raccogliendo le occasionali gocce di rugiada rimaste sulle foglie. Uno scroscio lontano la spronò con la promessa di una cascata. Sarebbe stata una distrazione benedetta dal continuo rimuginare che aveva occupato i suoi pensieri negli ultimi ventitré giorni.
Maledetto gioco.
Allontanò bruscamente un ramo basso e le cadde in testa acqua mista a foglie.
Chissenefrega, nessuno sarebbe stato lì a guardare i pezzi di foglia incollati alla pelle e ai capelli. Eppure, pensare alle altre persone le fece tornare subito in mente immagini insistenti e indesiderate. E paure. Paure che strisciavano ai confini della sua consapevolezza e che sembravano prendere forma fisica, in quel momento, in un rumore di passi attutiti alle sue spalle.
Si irrigidì nell’attesa, pregando che il rumore fosse solo nella sua immaginazione. La sua mente l’aveva tradita spesso negli ultimi tempi. Fermati. Concentrati. Pensa.
I passi si interruppero per un istante, poi ripresero più veloci. Sì, c’eraqualcuno dietro di lei. Cosa doveva fare?
Nascondersi dietro a un cespuglio e lasciarlo passare? Doveva essere solo un escursionista in cerca di solitudine, proprio come lei. Comunque nascondersi le sembrava il piano migliore. Si affrettò per guadagnare un po’ di terreno e si infilò tra i rami di un lussureggiante rododendro.
I passi si fecero più forti, il rumore faceva pensare a qualcuno di pesante. Erano queste le “conseguenze” di cui l’avevano minacciata gli stronzi che gestivano il gioco, le conseguenze che ci sarebbero state se non si fosse resa disponibile per i fan? Ma non potevano aspettarsi che fosse gentile con i bastardi che la chiamavano a tutte le ore, con i pervertiti che la seguivano anche in bagno, con gli psicopatici che avevano aperto quel sito spaventoso con tutte le foto sue e degli altri giocatori trasformate in bersagli. Appena l’aveva scoperto si era inventata una malattia per restare in casa la settimana precedente. Ma non poteva nascondersi per sempre. E non poteva neanche ottenere un’ordinanza restrittiva per il resto del pianeta.
Il suo respiro si fece più rapido e superficiale mentre i passi si avvicinavano. Erano ritmici, misurati.
Forse non erano neanche umani.
Stranamente, l’idea di imbattersi in un orso bruno la spaventava meno del pensiero di un altro escursionista. O magari i passi erano solo nella sua testa. Poteva essere un sogno, manipolato come tutti gli altri suoi pensieri coscienti durante il gioco e anche dopo.
Era sempre più difficile capire cosa stava succedendo realmente. Come il biglietto che aveva trovato in una rivista quando aveva fatto un salto al centro commerciale: Cara Abigail, il gioco finisce solo quando lo decidiamo noi.
Come facevano a sapere che sarebbe entrata proprio in quel negozio, che avrebbe sfogliato proprio quella rivista?
Eppure, mentre strappava via tutti i giornali dall’espositore per controllare se ce ne fossero altri manomessi, non era più riuscita a trovare il biglietto. Se mai ce n’era stato uno. Forse l’aveva rubato uno di quei “noi” senza volto che spiavano ogni sua mossa. Quella era la parte peggiore: non sapeva che aspetto avesse il nemico, mentre la sua stessa immagine era disponibile per chiunque come una perversa specie di carta da gioco.
Ai passi si unì un fischiettio. Nemmeno la sua fervida immaginazione riusciva a concepire uno scenario in cui un animale conosceva la melodia di Somewhere Over the Rainbow. I suoi occhi si riempirono di lacrime. Si sforzò di convincersi che quella persona fosse solo un appassionato di trekking di buon umore.
I passi si fermarono. Abigail sprofondò di più tra le foglie, mentre i cespugli vicini si aprivano frusciando.
Una voce profonda disse: «So che sei qui».
Abigail sentì lo stomaco trasformarsi in gelatina. Aderì all’albero alle sue spalle, rimpiangendo di non essersi arrampicata. Non c’era anima viva nel raggio di chilometri. Uno sguardo rapido al cellulare confermò che non aveva campo. Prevedibile. Negli ultimi giorni quel telefono le aveva portato solo disgrazie.
I rami del rododendro in cui si nascondeva si scostarono. Comparve un uomo con la faccia da pitbull e l’alito che sapeva di bacon. Oddio, era meglio non conoscere l’aspetto dei suoi aguzzini. Quell’immagine avrebbe popolato i suoi incubi per il resto della sua vita. Che forse sarebbe stato molto breve.
Le mani grasse scostarono di più i rami. «Perché non vieni fuori, dolcezza? Sarebbe più semplice per tutti e due».
Tutti i muscoli di Abigail si contrassero e le ginocchia quasi cedettero. Un terrore assoluto le crebbe nella pancia, peggio che durante l’ultimo round del gioco quando aveva affrontato una stanza piena di serpenti. E pensare che una volta era stata quella la sua paura più grande.
Nonostante il tremore che le scuoteva il petto, da qualche parte trovò la forza per rispondere. «Lasciami in pace, stronzo».
L’uomo rimase sorpreso. «Non c’è bisogno di fare così. Sono stato il tuo più grande fan».
Abigail guardò la penombra della boscaglia. Era la sua unica speranza.
Lasciò cadere lo zaino a terra, poi scattò verso il punto in cui i rami erano più radi. Ce n’erano comunque ancora abbastanza da graffiarle le braccia, mentre li allontanava di corsa per aprirsi un passaggio. Purtroppo l’uomo bloccava il sentiero verso la sua macchina, perciò l’unica opzione rimasta era inoltrarsi nella foresta sulla collina.
Abigail correva, seguita dai passi pesanti dello sconosciuto. Ben presto tutti i rumori furono coperti dallo scroscio della cascata. Una foschia leggera le accarezzò il viso mentre si avvicinava al parapetto cadente del belvedere. L’unica via di fuga era un dirupo scosceso con le rocce coperte di muschio.
Dietro di lei, il fischiettio stonato riusciva a coprire il rumore dell’acqua.
Abigail si girò per affrontare l’uomo.
Lui aveva le tasche rigonfie. I profili aguzzi degli oggetti che contenevano le fecero venire in mente le varie armi del delitto di Cluedo. Non che lui avesse bisogno di coltelli o candelabri per ucciderla, le sue braccia da sole erano grosse come i tronchi degli alberi vicini.
Cosa voleva? Era solo un fan con la bava alla bocca che aveva deciso di punirla per aver mancato la “puntata finale” con gli altri giocatori, la sera prima? Abigail l’aveva guardata con le mani sulla bocca, aveva guardato i suoi compagni di gioco che ridevano e scherzavano nonostante il tremore delle guance e le occhiaie scure. Eppure, più tardi, nessuno di loro aveva risposto ai suoi messaggi, come se contattare lei fosse più pericoloso di qualsiasi cosa li stesse perseguitando. Era tutto così folle. Quando si era iscritta al gioco nessuno l’aveva avvisata dei video di follow-up, né degli stalker.
Abigail scavalcò il parapetto, aggrappandosi al metallo scivoloso.
Sarebbe riuscita a scendere fino al fiume senza rompersi il collo?
«Non c’è bisogno di scappare, Abigail». L’uomo infilò una mano in tasca con un grugnito. «Vieni qui e collabora. Possiamo fare uno scatto che non avrà nessun altro, guadagneremo mille crediti».
Crediti? Allora era uno di quegli squilibrati che filmavano o fotografavano i giocatori solo per guadagnarsi il rispetto degli altri Spettatori, che si esprimeva sotto forma di voti o crediti. Se esisteva una scala di misurazione del terrore, il tizio si stava avvicinando al jackpot. Quei pervertiti ci godevano. Ma lui era disposto a spingersi oltre le foto? La gola di Abigail si chiuse al solo pensiero. Respirare a fondo. Concentrarsi su una via di fuga.
Lui la fissò con la testa inclinata, come per valutare la luce e l’inquadratura. Era possibile che il tizio volesse davvero solo una foto? Abigail trattenne il fiato mentre lui estraeva lentamente la mano dalla tasca. Riusciva a pensare solo che era strano che la sua vita non le passasse tutta davanti agli occhi. Quello che invece ricordava era un vecchio film che aveva visto a nove anni durante una lezione di inglese, La donna o la tigre? Quel film l’aveva fatta infuriare perché lasciava il pubblico nel dubbio. Non potevano decidere un finale e basta?
In quel momento, lo sconosciuto davanti a lei poteva estrarre una macchina fotografica o una pistola, a seconda di quello che voleva rubarle: uno scatto o la vita. Singhiozzando, Abigail si rese conto che una parte di lei avrebbe preferito proprio l’opzione che prima di giocare non si sarebbe mai sognata di scegliere. Così, se non altro, l’orrore che era diventato la sua realtà sarebbe finito.
Lui estrasse la mano mostrando una macchina fotografica, piccola e nera come un grazioso coleottero. Abigail espirò e ingoiò i singhiozzi. Uno scatto, quindi. Forse, impegnandosi con tutte le sue forze, sarebbe riuscita a imbastire un sorriso e tutto sarebbe finito. Avrebbe potuto rifare il sentiero di corsa, guidare fino a casa come se avesse avuto il diavolo alle calcagna e nascondersi in camera sua per il resto della giornata. O più a lungo. Prima o poi gli Spettatori avrebbero perso interesse, non appena fosse iniziato un nuovo torneo con altri giocatori.
«Fammi un bel sorriso», disse l’uomo davanti a lei.
Abigail lo fissò e cercò di sollevare gli angoli della bocca. Una goccia di sudore le scivolò lungo la tempia, subito seguita da un’altra. Ancora qualche secondo, poi sarebbe tutto finito. Click. Abigail svuotò i polmoni. Okay, se quello che lui voleva era tutto lì, bene. Cioè, non bene, ma si poteva sopportare. 
In quel momento, con un sorriso sghembo, l’uomo infilò la mano nell’altra tasca.

2 commenti:

  1. Ciao Roby, interessante! Ma è un autoconclusivo o una serie?

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    Risposte
    1. Ciao Cristy!! A quanto pare non si tratta di una serie!!

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